Il-logiche alchimie
Già all'arrivo si preannunciava un pomeriggio vivace. Domenica d'estate, senza educatori e con pochi parenti, i diversamente giovani nel pieno della loro libertà espressiva, non trattenuti da vincoli famigliari né educativi, si esprimevano in libertà. Mentre tentavo di fare conversazione con mamma continuamente interrotta dalla G. che mi stringeva la mano e mi chiedeva di portarla a casa da mamma e papà e dalla M. che fatica a parlare ma mi ripeteva chiaramente di lasciarla perdere (consiglio che io né mamma intendevamo seguire perché ci siamo affezionate alla G. ed è impossibile resistere al suo continuo chiedere), fui distratta da una curiosa conversazione. Potrei definirla uno scambio di logiche follie, un binomio sconnesso, un dialogo fondato su botta e risposta a domande diverse, una perfetta sintonia nel caos, un'ordinata entropia. Lungi dal prendermi gioco di patologie neurologiche e geriatriche di cui non conosco appieno i dettagli ma rispetto profondamente chiunque ne sia affetto, io personalmente non sono mai riuscita ad andare oltre una frase dialogando con la F. che mi liquida regolarmente con ripetizioni di parole e abbinamenti illogici. Il F. (anzi L., lui ci tiene a specificare il suo nome per intero e distinguersi dal semplice F. che fu compositore amatoriale di poesie dialettali) si era già diretto verso il R. cercando di non farlo deviare troppo dai binari già staccatisi da terra da un po', facendogli domande che sapeva avessero risposte in qualche modo rassicuranti, ma oggi non era facile farlo tornare coi piedi a mezz'aria (al suolo mai).
Finché appunto, trovandosi la F. casualmente seduta di fronte al R., cominciò una conversazione a dir poco irreale che catturò la mia attenzione.
Per almeno una decina di minuti tentai di coglierne il filo logico, o illogico che fosse, impegnandomi nel tentativo di risolvere un complicatissimo rompicapo, ma soprattutto rapita e affascinata da tale esempio di comunicazione.
Il R. pronunciava frasi già fantasiose di partenza, la F. carpiva una parola come aggancio per lanciare in orbita un pensiero surreale.
Un esempio:
R:"Mio cugino che sta per arrivare qui è del 1916 e viene da Torino per un convegno, ora sto preparando il discorso per accoglierlo e le signore qui stanno organizzando un banchetto con un aperitivo (nota: si riferisce alle assistenti che stanno distribuendo merenda ai nonnetti)."
F:"Quanto mi è piaciuta Torino, l'ho visitata durante il mio viaggio a Istanbul"
R:"Me lo diceva stamane il prete a messa. Lei c'era?"
F:"So che voi siete andati tutti a messa (nota: la mattina i nonnetti vengono accompagnati a messa se lo desiderano, domenica grande partecipazione), a me han portato la chiesa direttamente a casa mia".
Insomma, ero incuriosita e basita per questi flussi di (in)coscienza che cavalcavano lunghezze d'onda alternate, o alternative ma che alla fine avevano un senso. Poi chi dice cosa è sensato, giusto o sbagliato nei confini della mente umana e oltre, soprattutto se malata o danneggiata o semplicemente molto matura.
Alla fine è il risultato che conta e io ho assistito ad una conversazione piacevole tra due persone sorridenti e serene. Lì la normalità è relativa, la patologia è una certezza, ma i sentimenti, l'amore e l'affetto per queste super persone oltrepassano molti limiti e confini.
Talvolta penso di sentirmi più a mio agio lì che in contesti sociali strutturati e fatti di regole e convenzioni, che diventano spesso pretesto per partire prevenuti e sfociare in discriminazioni.
Perché l'amore e l'umanità vincono su tutto.
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