A chi non parla
Agli introversi o presunti tali.
Ai duri di poche parole per cui contano i fatti.
A chi ha un cuore tenero sotto una spessa corteccia.
A chi scrive parole che non pronuncia a voce e a chi nemmeno le scrive.
A tutti coloro che per un motivo o per l'altro non esprimono a voce quello che provano (se lo provano).
I sentimenti, che siano piccoli o grandi (non servono dichiarazioni di amore eterno ma anche semplici manifestazioni di quell'enorme dote che è la gentilezza), andrebbero secondo me espressi anche a voce, in uno dei mille modi in cui si può donare un variopinto fiore di amicizia, affetto, amore in ogni sua forma, ad una persona.
In passato anche io ho peccato di aridità espressiva, con scuse più o meno plausibili, incolpando chi mi ha educata o chi mi ha fatta soffrire.
Ho cominciato a manifestare i primi cedimenti strutturali nel momento in cui la vita mi ha messo davanti la sofferenza dei miei genitori, la loro fragilità in tutta la sua potenza. In quel momento il mio muro si è crepato, per crollare definitivamente quando sono entrata a pieno titolo nel quotidiano della casa dei nonni.
Andrebbero organizzate delle visite guidate per illustrare e far percepire quanto contino un sorriso, una frase cordiale, un complimento semplicissimo su un'acconciatura piuttosto che sul colore di un abito o un monile, una domanda su un libro, sul passato, sul presente.
Si apprenderebbe la potenza immensa di una carezza sulla mano, il conforto che dà il gesto di posare una mano su una spalla.
Per non citare abbracci o baci, riservati a persone con legami affettivi più stretti, da donare con coscienza...
Potrei fare decine di esempi di banalità lapalissiane che hanno il potere di cambiare la giornata o almeno parte di essa ad una persona destinata alla solitudine o non essere considerata.
L'aspetto più sconvolgente è quanto mi risulti naturale ora spargere queste piccole perle di gentilezza e quanto siano preziose e remunerative, ricevendo in cambio sorrisi e altrettanta gentilezza di cui fare scorta per sostenermi nei momenti più difficili.
Infine son tornata a baciare la mia mamma, accarezzarla, stringerla. Forse in passato avrebbe apprezzato meno quello che per me sarebbe stato uno sforzo. Ora mi viene spontaneo, son tornata bambina, una bambina che si prende cura della sua mamma.
Forse ci riuscirò anche con papà. Sono all'inizio.
So che rimarrà un invito inascoltato, ma mai come ora e lì io sono convinta del valore enorme della parola, del sorriso, dello sguardo rispetto alla frase scritta, magari sullo schermo di uno smartphone in una chat, a gesti più o meno plateali, a pensieri inespressi che rimangono circondati da una foschia di dubbio esistenziale:
"Lo pensa ma non lo dice o non lo dice perché non lo pensa? Cosa pensa?"
"Lo prova ma non lo dice o non lo dice perché non lo prova? Cosa prova?"
Parlate, guardate, sorridete, orsù, prima che sia troppo tardi.
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