Il cielo in una stanza

Non riesco a ricordare in che occasione, con chi, per merito di chi, o che età avessi quando per la prima volta ascoltai quella che è diventata la mia canzone preferita e riesce dopo decenni ad emozionarmi ancora.

Forse avevo un 45 giri acquistato da mamma, forse me la fece ascoltare alla radio nei pomeriggi in cui facevo i compiti al tavolo della cucina accanto a lei che cuciva e la radio ci teneva compagnia.

Poi crescendo può darsi che non l’abbia ascoltata per un lungo periodo, ma in rare occasioni, periodicamente, l’ho sempre rispolverata, fino a ritrovarla da adulta, quando mi propose di suonarla (si fa per dire) col basso il mio insegnante, uomo buono e paziente, che probabilmente capì subito che non avevo un talento innato. Io, che adoro questo strumento, sentivo il bisogno di esprimermi in sua compagnia. Era lui forse che non voleva essere torturato da me; quindi mi arresi presto, con la scusa dei problemi alle spalle che peggioravano con una postura asimmetrica.

Ho sempre ascoltato “Il cielo in una stanza” nella versione interpretata da Mina, la cui voce emoziona a prescindere, anche recitando il rosario. Mi ha sempre fatta sognare, anelavo a questa fuga dalla ristrettezza quotidiana e gli spazi e mentalità angusti verso la libertà, la natura, l’amore immenso non so per cosa né per chi, il sentimento in generale.

Stasera invece, mentre guidavo verso casa, hanno passato in radio la versione cantata da Gino Paoli in un modo così candido, naturale, giovanile, come se canticchiasse nella sua soffitta genovese accanto alla gatta, non per un pubblico o in una sala di registrazione. Guardando in avanti la strada che stavo percorrendo, mi sono sentita come isolata in un guscio insonorizzato, non sentivo più i rumori esterni ma ero chiusa nella mia stanza. Mi sono venuti i brividi ed un paio di lacrime mi hanno rigato le guance pensando all’immensità, fuori.




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