La Befana
Che
sia scopa o rastrello, per decenza non mostro come son conciata ma è un outfit
degno della più terribile delle befane.
Stamane
ho provato ad allontanare ansie e pensieri sulla sofferenza e i terribili fatti
di cronaca con la terapia dei catartici film di Natale, che TV8 e altre emittenti
ancora stanno nastrando, inarrestabili.
Non
ho più approfondito il discorso perché quest’anno non sortiscono il benevolo
effetto del passato sul mio sistema nervoso provato.
Forse
per il numero di volte in cui li ho già visti tutti, ma ormai non catturano la
mia attenzione per più di dieci minuti e non mi rasserenano come speravo.
Addirittura,
sono entrata in una fase di rigetto e ostilità per cui non appena li guardo vengo
assalita dall’ansia per gli eventi legati al paese in cui sono girati, gli
attacchi, la situazione mondiale in cui le guerre occupano sempre più
territorio e io ho paura e non capisco cosa spinga l’uomo a tali crudeltà, sete
di potere, a non vedere la sofferenza e le tragedie che potrebbero colpire
anche i propri cari un giorno e che senso vi sia in tutto l’affannarsi dei
potenti per denaro e interessi, alla fine fatui. Perché siamo tutti uguali e
facciamo la stessa fine, prima o poi.
Chiusa
questa parentesi sul mio personalissimo e opinabilissimo pensiero, che avevo
bisogno di esternare per giustificare la mia ricerca continua di sdrammatizzare
in qualche modo, torno al motivo per cui mi son travestita da befana proprio
oggi, in giardino.
Donne,
mamme! Se abitate in una casetta con un giardino anche piccolo ma grazioso e
osservate incantate i vostri pargoli scorrazzarvi allegri, prima che vengano
rapiti dal cellulare e dai giochi, quindi ancora in tenera età, se guardandoli
con gli occhi pieni d'amore magari sperate che un giorno quei bimbi vivaci
diventino ragazzi forti e sani e vi aiutino a manutenere quello spazio verde,
vi avverto, potreste rimanere deluse.
Non
lo dico per invidia di quelle che si sono rivelate educatrici migliori di me
(tante), ma come constatazione personale. Come genitori, eravamo convinti di
aver spiegato ai nostri figli come funziona quando le siepi crescono
disordinate; che, se non son pini, cipressi o abeti le piante perdono le foglie; che l’erba da
noi non è di plastica; quindi, tende a crescere come i capelli e quando arriva
al polpaccio di un ventenne alto di statura significa che va tagliata, è un
segno…
Ma
non è stato sufficiente. Salvo costrizioni, non sono mai riuscita a trasmettere
la necessità ma anche il piacere che viene dal lavorare a contatto con la
natura, nel poco che ci è consentito in città. Oltre agli inderogabili impegni
adolescenziali, uno dei miei figli si è addirittura procurato una dermatite da
contatto potando le siepi col padre…un’insperata botta di c… che lo ha
allontanato per sempre dall’idea di toccare un vegetale, insalata inclusa, che
non è mai stata di suo gradimento. E io di certo non insisto, colta da
compassione nel vedere ad agosto un ragazzo in maniche lunghe e calzoni lunghi,
cosparso di creme, senza poter esporsi alla luce solare.
Ecco,
perciò, che stamane sono stata colta dall’ispirazione di raccogliere le foglie
dell’acero, che ormai da mesi costituivano un tappeto morbido sul porfido
accanto a casa e ciò che rimaneva della potatura autunnale delle siepi, sulla
cui raccolta qualcuno dei miei coinquilini (tutti uomini) aveva pronosticato:”
Domani”, a ottobre.

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