Il giardino segreto (film 1993) seconda parte
Graditissima
coincidenza. L’unica sera in cui ho avuto la fortuna, dopo mesi, di rimanere
sola a casa, padrona del telecomando e libera di scegliere cosa mangiare e
dove, ovvero davanti alla TV e guardando cosa, le mie trasmissioni preferite di
ristoranti, hotel e ricerca appartamenti, mi sono dilungata scrivendo alle amiche,
quando mi rendo conto essere l’ora di inizio dei film proposti in prima serata.
Tra il ventaglio variopinto di film romantici ad ambientazione natalizia (di
cui ho promesso di disquisire e lo farò prossimamente), facendo zapping ritrovo
proposto "Il giardino segreto", la versione del 1993 che prediligo, come già
spiegato in un post. Mi rendo conto non abbia la trama più originale ed
avvincente che si possa immaginare, ma la regista polacca lascia ovunque la sua
forte impronta distintiva: nelle inquadrature, nelle scene e nella colonna sonora
in particolare. Gli strumenti musicali a tratti emergono solitari dall’orchestra
e ti guidano alla scoperta del giardino, in punta di piedi, delicatamente,
innocentemente, con una serenità e purezza d’animo leggere e sottili come ali
di farfalla.
Aleggia
la meravigliosa innocenza dell’età delle scoperte più importanti e durature: l’amicizia,
l’altruismo, la speranza, la purezza dei sentimenti più veri e la bellezza
della natura.
Quel
periodo di cui ognuno di noi conserva nel cuore dolci ricordi, oltre alle prime
delusioni.
Ricordi
che talvolta riemergono per caso e ti avvolgono in un’aura di commozione, una bolla
spazio-temporale che ti rapisce dal presente e ti catapulta nel passato lontano.
Il
mio figlio maggiore spesso porta al nonno un gelato per merenda, scegliendo
ogni volta gusti differenti per farglieli assaggiare.
Ieri
ho trovato parcheggio proprio davanti alla storica gelateria sotto casa dove il
mio papà scendeva ogni domenica pomeriggio alle quattro a comprare il gelato per
me e per lui. Mamma non è mai stata golosa di dolci: per lei, figlia della
Franciacorta, merenda era sinonimo di salame nostrano.
Coppetta
crema e cioccolata, talvolta con una montagna panna montata spruzzata di cacao a
rivestirla era il nostro trofeo.
A
quei tempi non c’era la varietà di gusti di oggi, ma papà adorava la crema
gialla di uova e la cioccolata scura scura. Non cambiava mai gusto.
Mi
è salita una sorta di fiamma dallo sterno a scaldarmi le guance e aprirmi il
sorriso innocente di bambina, ormai dimenticato, e sono entrata raggiante a
comprargli la sua coppetta preferita. Quando il commesso mi ha domandato se
fosse da asporto o mangiassi lì, gli ho risposto, senza che ce ne fosse la
necessità né potesse interessargli in alcun modo: “Da asporto, grazie, lo porto
al mio papà”.
Quando
sono entrata a casa urlando: “Papà, ti ho portato il gelato”, ho visto gli
occhi e il sorriso di un bimbo sul volto rugoso di un anziano e quando ha
aperto la confezione ha esultato, lui sempre serio e misurato:” Il nostro gusto!”.
Lo
ha divorato vorace come un bimbo, mentre io mostravo a mamma gli orecchini di
bigiotteria che le avevo comprato per sostituire la chiave che aveva perso.
Sono
tornata bambina, pervasa da una gioia innocente, coccolata dai miei genitori e
dai ricordi.

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