Attraverso i tuoi occhi
Per il suo compleanno lo scorso anno ho dedicato alla mia amica Silvia questo modestissimo testo, che ci rappresenta, insieme.
Attraverso i tuoi occhi
Silvia, ricordi ancora i nostri primi contatti, come ci siamo conosciute? Due ingegneri, un elettronico io, un informatico tu, fornitore e cliente rispettivamente. Le tue richieste talvolta tecnicamente non erano facili da realizzare per un’azienda come la nostra con poche risorse per personalizzare i programmi, ma tu eri così decisa. Mi stupì molto il tuo atteggiamento nei miei confronti, serio e autorevole, ma sempre gentile e disponibile. Andando avanti nel tempo si creò tra noi un tacito legame, nonostante ci sentissimo meno frequentemente. Ci siamo incrociate ad un funerale: non mi guardavi, ma ti avvicinasti e io ti salutai frettolosamente, non riconoscendoti subito, non ci eravamo mai viste forse di persona, non ricordo. Poi venne quella richiesta da tuo cugino. Io e il collega programmatore arriviamo in visita da te in azienda per discuterne la pianificazione. Saliamo nel tuo ufficio, ci ricevi con un dolce sorriso ma immobile, in piedi e non ci guardi in faccia tendendo la mano per salutarci. Scoprii allora che eri quasi cieca e ci raccontasti della tua patologia genetica che ti avrebbe gradualmente annientata. Rimanemmo sconvolti, soprattutto perché conoscendoti da anni solo via telefono o mail, non traspariva nulla della gravità della tua malattia e della tua sofferenza fisica, acuta, costante, H24, di cui ci raccontasti quel giorno, scioccandoci.
Da allora non ci siamo più lasciate. Tu sei diventata la mia forza, il mio pilastro, io sana e fortunata mi faccio sostenere da te che non fai altro che ringraziarmi, definirmi speciale e ti preoccupi e interessi di ogni mio piccolo acciacco, dei miei problemi alla spalla, tu che ti doni agli altri incondizionatamente e sei circondata da una famiglia meravigliosa come te e da amici fedeli che come me ricevono tanto in cambio.
Mi hai introdotta nel mondo del volontariato, offrendomi l’opportunità, senza mai forzarmi, di scoprire che energia positiva dia il fare qualcosa per gli altri, per una buona causa, nello specifico per i bambini ricoverati negli ospedali cittadini. Agli eventi di beneficenza sono una tua umile aiutante, ti offro i miei occhi attraverso cui riesci a destreggiarti meglio, tra fotografie, stand e t-shirt, anche se sei già bravissima e hai tanti aiuti. Attraverso i miei occhi tu riesci a svolgere più facilmente le faccende pratiche. Ti presto gli occhiali, mettiamola così. Ma molto più importante, attraverso i tuoi occhi profondi e che sembrano vuoti, io vedo in modo diverso la vita di tutti i giorni, il mondo che mi circonda, le persone con cui vengo a contatto, interpreto fatti, parole, gesti in modo diverso. Sei il mio traduttore online, tu rappresenti i miei occhiali intelligenti, come i visori della realtà aumentata, che ti aiutano a vedere, interpretare, capire, risolvere situazioni.
Silvia, riesci a sentire le nostre risate, le emozioni e quei brividi, quella pelle d’oca ogni volta che facciamo qualcosa assieme, sentirsi vive al 200%, dimenticare per un attimo le delusioni e disgrazie terrene per elevarsi e sentirsi forti nel fare assieme del bene per creature fragili, deboli, sofferenti? Ma vedere te, dolce creatura pure fragile e sofferente, ma così forte, preoccuparti del prossimo, non può che infondere coraggio e speranza.
Cara Silvia, tu mi hai fatto conoscere e applicare un nuovo significato del verbo adeguarsi, che io non usavo abitualmente, in quanto gli ho sempre dato un’accezione negativa.
Mi raccontasti di averlo sentito utilizzare alla tv, da una ragazza anche lei con un male incurabile che le impediva di avere una vita normale e doveva dipendere in tutto o molto dagli altri e, dopo una strenua lotta di quelle contro i mulini a vento, contro un destino segnato, una patologia senza cura, non si era “arresa” ma si era “adeguata”. Non era sconfitta né vincitrice, non aveva perso la guerra ma aveva capito che non avrebbe potuto vincerla, ovvero il tempo che le rimaneva doveva trascorrerlo in compagnia della sua malattia e gli effetti da essa causati sul suo corpo e sul suo quotidiano. Quindi girò la frittata e pensò non a come sconfiggere il morbo che l’aveva attaccata e tornare a vivere senza, soluzione irrealizzabile, ma come vivere al meglio una vita da malata. Ed è quello che tu Silvia già facevi ogni giorno soprattutto negli ultimi cinque anni, in cui oltre al dolore e all’ossigeno la notte, si è aggiunta la cecità. Ascoltasti quest’intervista proprio al rientro dal ricovero nella nuova città in cui un’equipe di medici ti ribaltò come un calzino per arrivare alla stessa conclusione dell’altro istituto, ovvero non esiste cura, non c’è speranza di guarigione e si fatica già a trovare farmaci che rallentino l’evolvere della malattia e sollevino dal dolore. Fu allora che probabilmente tu diventasti più consapevole della situazione e, finito di sperare, non ti gettasti nella più buia disperazione, ma andasti avanti a sorridere e godere di ogni attimo, di ogni gesto come se fossero i più belli: della gioia di svegliarsi ogni mattina, degli amici e di tutte quelle azioni che ancora riesci a fare aiutata o in modo indipendente, alcune delle quali non sono in grado di eseguirle nemmeno le persone sane. Quindi ti sei messa ancora più in gioco, ogni sfida è buona. Ti sei candidata per una sfilata tra non vedenti e hai superato il provino, vai al lavoro ogni giorno senza mollare né farti scoraggiare da chi non ti viene incontro o, peggio, ti mette i bastoni tra le ruote. Non ti arrendi agli ostacoli che ti si presentano sul cammino e aiuti gli altri. Lotti ogni giorno per essere considerata normale come sei, anzi, più intelligente e brillante della media e bellissima. Non vuoi essere compatita né discriminata. Noi ingegneri donne che lavoriamo in ambienti e settori maschili spesso lo siamo già, ci confrontiamo spesso tu ed io.
Attraverso di te cerco di imparare tutto questo e lo faccio da quando siamo così vicine e amiche. Tu sei più brava di me, io nel mio piccolo mi impegno, non sempre, e mi rendo conto di quanto tempo sprechiamo in arrabbiature insensate, pregiudizi, critiche verso gli altri, discussioni inutili, musi lunghi, lacrime e polemiche sterili, quando potremmo essere sempre felici, ridere, sentire un amico, fare una passeggiata al sole, leggere un libro, esprimere ciò che sentiamo e la nostra creatività nel modo in cui siamo capaci, donare noi stessi ed il nostro tempo a chi ha bisogno e gioirne nel vedere il risultato ottenuto. Perché è facile dire che non si ha tempo: il tempo si trova per tutto e bastano pochi minuti per rendere felice una persona, sentirsi felici, aiutare qualcuno o essere aiutati a propria volta. Questa meravigliosa ben disposizione alla vita e al prossimo, senza che sia ingenua accettazione, io la vivo attraverso di te e mi prefiggo di impararla da te ogni giorno.
Per me dovrebbe essere più semplice, perché io non ho i tuoi gravi problemi di salute, ma solo qualche acciacco, io più vecchietta di te, mia giovane e bella amica, ma non ho la tua forza e con un passato alle spalle di decadenza anzi sepoltura di autostima, mi è rimasta a volte la tendenza ad esser calpestata o, meglio, a consentire agli altri di calpestarmi e mi autocommisero, per non definirlo piangersi addosso, veramente per poco. Vorrei potermi già esprimere al tempo passato, mia redentrice, ma sebbene grazie a te e altre persone attraverso cui mi sono guardata e vista migliore e speciale, come voi pochi miei fedelissimi mi definite, abbia fatto grandi progressi, talvolta inciampo ancora ma riesco a rialzarmi velocemente. Quando indosso gli occhiali dei tuoi occhi, torno a vedermi nitidamente bella, forte, intelligente e utile agli altri, portatrice di gioia, conforto e affetto.
Tu, splendida farfalla che ha perso la vista e vola variopinta ma incerta e in questi momenti di felicità condivisa torna a librarsi nel cielo terso di primavera. Io, pesciolino dalla pinnetta trofica, che attraverso di te torno agile nuotatrice nelle fredde acque cristalline.
Se solo potessi vedere attraverso di te come filtro, come lente, certe persone, non mi farei ingannare e non dipenderei da chi si approfitta delle mie debolezze e mi strappa di dosso l’autostima per assoggettarmi, ma intrepida guerriera li prenderei a spadate, riderei loro in faccia sonoramente e vedrei squallidi individui dove il mio sguardo appannato vede supereroi.
Se fossimo gemelle siamesi io ti guiderei nei movimenti e tu mi sosterresti nell’umore e nella forza d’animo. L’assurdo è che tu non puoi recuperare la vista per motivi che esulano da te; invece, a me servirebbe davvero poco per non cadere nella fossa della mancata autostima e non farmi calpestare da chi vale una frazione di me. È solo questione di volontà, ma lontana da te mi manca. Perché sei un pezzo di me, probabilmente la parte migliore. Tu sei il soldato, io l’armatura in ferro. Vinciamo assieme le battaglie, ma da sole fatichiamo ad andare in guerra.
Dammi la tua luce, Silvia, affinché io trovi la mia strada e illumini anche il tuo cammino.
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